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Si sta per svolgere la Conferenza delle Nazioni Unite di Copenhagen, dove i grandi della Terra decideranno le sorti del nostro pianeta in materia di clima. Sebbene il G20 di Pittsburgh si sia concluso con la promessa di «intensificare i nostri sforzi, in cooperazione con le altri parti, per raggiungere un accordo a Copenaghen», si ha l’impressione che tale accordo, che dovrebbe sostituire l’ormai superato Protocollo di Kyoto, sia lungi dall’essere raggiunto.

Le due superpotenze Stati Uniti e Cina, che, da sole, sono responsabili del 40% delle emissioni di CO2 nell’atmosfera, si dicono pronte a fare la loro parte nella lotta contro i cambiamenti. Ma Obama, impelagato nell’arduo progetto di una riforma sanitaria, non riuscirà a far approvare al Congresso entro la data di apertura del summit, un disegno di legge sul clima – dato che molti senatori, anche democratici, sono restii a proporsi un obiettivo così impegnativo. Di conseguenza a Copenhagen gli Usa non potranno sottoscrivere alcun protocollo.

Più sibilline sono state le parole del Presidente cinese Hu Jintao che si dice pronto a ridurre sensibilmente le emissioni di anidride carbonica entro il 2020, senza osare peraltro quantificare tale riduzione. L’India, facendosi portavoce delle neonate potenze e dei paesi in via di sviluppo, invita al pragmatismo: invece di sottoscrivere accordi che non si è in grado di mantenere, sarebbe opportuno affrontare, innanzitutto, il tema dei finanziamenti in aiuto agli Stati emergenti, e in secondo luogo la lotta alla deforestazione e la condivisione delle innovazioni tecniche riguardanti le energie pulite. Insomma il summit di Copenaghen sembra destinato al fallimento.

Ma l’Italia, in questo disastroso scenario mondiale, che genere di provvedimenti ha intenzione di prendere per ridurre le emissioni? Che tipo di politica seguirà? La nostra classe dirigente sembra più impegnata nella salvaguardia delle sue imprese che in quella del nostro pianeta. Come dimostrano le parole del ministro per le Politiche comunitarie Andrea Ronchi, che in un intervista al Corriere della Sera afferma di ritenere pericoloso chiedere uno sforzo maggiore alle nostre imprese che già stanno vivendo un periodo di crisi (i ministri dell’Ambiente europei avevano ipotizzato di alzare la soglia dei tagli alle emissioni di CO2 dal 20 al 30% entro il 2020); si ritiene invece favorevole al mantenimento della soglia del 20% a patto che anche gli altri Paesi, che non hanno sottoscritto il protocollo di Kyoto, si diano da fare, poiché l’Europa non può risolvere da sola il problema del clima, rischiando per di più di mettere in ginocchio le sue stesse imprese.

Vi è una sostanziale differenza in materia di politica economica ed energetica tra il nostro paese (che sta avviando un assurdo programma di ritorno al nucleare) e il resto d’Europa, ormai eletto a estremo avamposto nella lotta ai cambiamenti climatici. Gran parte dei paesi del Vecchio Continente, e non solo, stanno puntando il loro interesse (e soprattutto i loro finanziamenti) a quel sistema produttivo denominato Green Economy, che attraverso un graduale abbandono dei combustibili fossili in favore delle energie alternative (soprattutto solare, eolica e geotermica), a una politica del riciclaggio e dello sviluppo di nuovi materiali ecocompatibili, e a un taglio degli sprechi che favorisca l’efficienza energetica, rialzerebbe le sorti dell’economia mondiale, duramente colpita dalle crisi e salverebbe il nostro pianeta dalla distruzione. Secondo un recente rapporto di Greenpeace, Working for the Climate: Green Jobs [R]evolution, le nuove professioni legate alla Green Economy, i cosiddetti Green Jobs, porterebbero entro il 2030 alla creazione di 6,9 milioni di nuovi posti di lavoro nel settore delle energie rinnovabili e altri 1,1 milioni nel campo dell’efficienza energetica.

Se si seguisse il progetto di Greenpeace non solo si riverserebbero nell’atmosfera 10 miliardi di tonnellate di CO2 in meno, ma solo in Italia si assisterebbe alla nascita di 100 mila posti di lavoro.

«Il sindacato, come gli autori di questo rapporto, ritiene che un’azione tempestiva e lungimirante dei leader del mondo, per contrastare il cambiamento climatico, deve e può essere un potente volano per una crescita economica equa e sostenibile e di un progresso sociale», afferma il segretario generale della Cgil Epifani. Come ha aggiunto il direttore esecutivo di Greenpeace Italia: «Abbiamo quindi davanti a noi una scelta: puntare sui lavori verdi e crescita occupazionale oppure su disoccupazione e collasso sociale e ambientale». A noi la scelta.

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