3 agosto, Dar es Salaam (Tanzania)
Quando siamo usciti dall’aeroporto sembrava di essere in un altro mondo. Gli odori, le persone, le case. Era tutto diverso. Persino le strade sembravano avere preso un’altra forma. Eravamo puntini bianchi osservati da mille curiosi occhi scuri che furtivi seguivano i nostri passi. Ci scrutavano attenti, ma consapevoli della nostra presenza; sapevano perché eravamo lì, perché eravamo giunti in un paese povero dalle nostre ricche abitazioni di bianchi; sapevano perché avevamo lasciato la nostra “bella vita” per giungere fino da loro; sapevano che avevamo bisogno di aiuto: sapevano che dovevamo riscoprire l’amore per il prossimo.
Quante persone sono capaci di guardare con il cuore invece che solo con gli occhi?
5 agosto, villaggio di Ihanga
Dopo due giorni di viaggio eravamo impazienti, scalpitanti. Non riuscivamo a stare fermi più di tre minuti nello stesso posto, avevamo sete di luoghi, di conoscenze, volevamo sapere ogni cosa su quella terra nuova, rossa e selvaggia, l’Africa.
Ci incamminammo verso il cuore del villaggio in silenzio, senza dire una sola parola, cogliendo ogni suono e profumo di quel mondo sconosciuto. Poi d’un tratto sentiamo una vocina acuta provenire dietro di noi; ci diceva «Jambo! Ciao!». Quando ci girammo e vedemmo il sorriso di quel bimbo che ci correva incontro felice ci sentimmo per la prima volta a casa. Quegli occhi pieni di speranza volevano dire una sola cosa: benvenuti a Ihanga.
Quanti stranieri in Italia possono affermare di essersi sentiti accolti?
Quando si parla di accoglienza degli stranieri non è così facile trovare la giusta soluzione. È come voler tenere in equilibrio una bilancia con troppi piatti. Su un piatto ci vanno messe le persone, dal valore indiscutibile, cariche dei loro drammi e delle loro speranze. Hanno spesso sulle spalle il peso di un viaggio disperato e il ricordo di una patria dove hanno subito soprusi. Sono uomini, donne e bambini che hanno rischiato perché non hanno nulla da perdere.
Su un altro piatto va posta la legalità, tanto acclamata ma dimenticata in tema di immigrazione. Quante persone giustificano badanti irregolari, clandestini, comprano capi di marca per pochi euro ai venditori ambulanti sulle spiagge o lungomare . Pare quasi che questa illegalità abbia un valore umano. Invece è proprio questa che impedisce agli immigrati di vivere una vita dignitosa. È come togliere loro il riconoscimento del loro lavoro, vuol dire obbligarli a vivere da fuggitivi, da “sbagliati”.
Su un altro piatto ci va l’informazione, spesso superficiale. Lo straniero non può essere paragonato al ladro, assassino o stupratore. C’è anche da tenere in considerazione che certe soglie, se superate, scatenano la violenza: rubare per mangiare, prostituirsi per non essere picchiate, spacciare per sopravvivere, diventano gesti quotidiani per rendere più sopportabile una vita che altrimenti non lo sarebbe.
Su un altro piatto va messo il lavoro: ci si lamenta della presenza dell’immigrato, ma quanti italiani sono disposti a fare il suo lavoro giudicato faticoso e degradante?
Su un altro va messo il nostro passato storico: non dimentichiamoci che anche l’Italia ha vissuto l’emigrazione nel XIX e XX secolo, interessando in particolar modo le regioni del nord.
Ci sarebbero mille altri piatti da mettere su questa bilancia: i giovani, la religione, la scuola, la politica…
Spesso la bilancia pende troppo da una parte, dimenticando che dietro un furto c’è una persona che ha fame. L’unico equilibrio che si può trovare è quello dentro di noi. Accogliere vuol dire aprirsi al diverso senza perdere la propria identità.
10 agosto, Ihanga
Dopo una settimana erano tanti i pensieri che affollavano la mente. Com’era possibile che nello stesso mondo esistevano persone ricche e superficiali, capaci di giudicare tanto in fretta uno straniero senza conoscerne la storia, e persone che con uno sguardo sapevano farti sentire a casa, che quando ti invitavano ad entrare nella loro capanna con solo il fuoco acceso per riscaldarsi ti offrivano la loro cena, forse l’unico pasto della giornata? Com’era possibile che in un continente esistessero persone indifferenti e fredde e nell’altro donne e uomini capaci di amare? L’amore per i genitori, la moglie, il marito, gli amici è facile. Il vero amore è un altro: il vero amore è quello di un bambino che ti regala il giocattolo costruito da lui, della donna che ti fa e regala un cestino di vimini dopo aver raccolto grano tutto il giorno, del bambino di cinque anni che vedendo in lontananza una ragazza con le stampelle corre ad aprirle la porta, della suora che dopo avere insegnato tutto il giorno a 500 bambini neri trova ancora le forze di portarti la legna alla sera per riscaldarti. Forse Dio deve aver distribuito male le ricchezze. Ha dato tutto all’Africa e a noi non è rimasto nulla.
Spesso ci si dimentica che l’unica vera ragione per cui ha senso questa vita è l’amore per il prossimo. Ci si dimentica che è molto più bello donare che ricevere. Quando sento certe cose, insulti, parole cariche d’odio ingiustificato, rivolti agli stranieri mi viene la pelle d’oca; perché spesso e volentieri i fautori sono giovani che della vita devono ancora assaporare molte esperienze: se a 20 anni il tuo cuore è già pieno di rabbia verso gli immigrati come puoi avere spazio per l’affetto, la fratellanza, il rispetto reciproco? È facile nascondersi dietro a una frase pretenziosa perché è molto più semplice giudicare che fermarsi ad ascoltare.
15 agosto, Ihanga
Purtroppo era giunta l’ora di partire per la città, di salutare tutte quelle persone che ci avevano fatti entrare nelle loro case e nel loro cuore come fratelli e sorelle. Non scorderò mai le parole di Alberta, una giovane suora di 25 anni con cui avevo stretto amicizia: «Grazie Elena. Non dimenticarti di me. Non dimenticarti dell’Africa. Io non lo farò. Mi mancherai». Era come avere un macigno sul petto. Noi per quelle persone non avevamo fatto quasi nulla. Eppure, nonostante la loro povertà, ci hanno accolto offrendoci quel poco che possedevano pur di farci sentire a casa.
La sera prendemmo l’ultima Messa con padre Guido, il prete del villaggio, e nonostante fosse recitata in italiano apposta per noi vi parteciparono anche tutti i bambini dell’orfanotrofio. Loro erano lì, col cuore e con i tamburi che suonavano divinamente seguendo le nostre chitarre.
Suonammo insieme a quei bambini per oltre un’ora: tutti eravamo rapiti dai loro sorrisi di gioia.
Niente era mai riuscito a stregarmi come i loro occhi.
A volte non ci rendiamo conto che per abbattere i muri della diversità e dei pregiudizi basta poco. Che basterebbe semplicemente imparare a vivere insieme. Che basterebbe solo che ognuno di noi avesse un po’ di Africa nel cuore.
