Alla cortese attenzione del
signor Cesare Beccaria
Quarta balza
Purgatorio
Egregio signor Cesare Beccaria,
Le scrivo questa lettera per informarLa di come vada il mondo, sì, insomma, di come si viva nel 2009.
Sa, Lei aveva scritto tante belle cose nel suo Dei delitti e delle pene, tante belle cose che sono state sbandierate per anni e anni come simbolo dello stato democratico, come emblema dei governi più progrediti e avanzati. Lei scrisse che, in governi solidi e forti, non c’è bisogno della pena di morte, né di incarcerazioni che durano tutta la vita – gli ergastoli -: l’unico modo per riuscire a mantenere la sicurezza del paese è far sì che tutte le pene vengano attuate, che esse siano certamente da scontare.
Se Lei vivesse nell’Italia di oggi, sarebbe molto deluso. Non c’è la certezza della pena, a volte non c’è nemmeno la pena stessa; viviamo in un mondo che sicurezza non ne ha, che oltre a non far pienamente scontare la pena a chi compie delitti, stupri, violenze, ruberie, molte volte non la fa scontare proprio per niente.
Pensi, egregio Beccaria, che chi sale al potere non può essere processato durante la carica; pensi che chi stupra le donne molte volte viene assolto perché è duro a morire il pregiudizio che sia comunque la donna a provocare e ad attirarsi la violenza; pensi che chi uccide viene processato anche due, tre, cinque anni dopo il fatto, e a volte viene anche assolto perché in quel momento era ubriaco, o non era capace né di intendere né di volere.
Ma io, signor Cesare, intendo e voglio: voglio che la mia sicurezza venga rispettata, intendo che così non è. Voglio che tutti siano uguali davanti alla legge, ma intendo che purtroppo non è così ovvio nei fatti. Voglio che la nostra Costituzione venga messa in atto, intendo che troppo spesso non è così. Voglio che chi commette reato sia sicuramente punito, così da dare il buon esempio e garantire la sicurezza, e che egli, come Lei scriveva, si prodighi a diventare un buon cittadino, perché tutti ne hanno facoltà.
Intendo e dico: voglio vivere.
Allora, caro Cesare, Le mando questa lettera perché sappia che le cose dai Suoi anni ad ora non sono migliorate di molto: abbiamo abolito la pena di morte, la schiavitù, la tortura, ma la corruzione, la malvagità e la violazione dei diritti persistono.
Ha scritto la Sua opera nel 1760. Sappia che è sempre attuale e che anzi, ora più che mai, dev’essere letta e compresa per liberarci dalle pastoie che rendono il sistema della giustizia lento, burocraticamente confusionario e talora surreale.
Magari venga a trovarci un giorno, e esprima la Sua opinione su come vanno le cose. Potrebbe darci qualche consiglio, Lei che già allora aveva capito come bisognasse agire nei confronti della natura umana!
Con viva deferenza,
Ludovica Lanzafami
