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Per combattere la fame nel mondo

Tristram Stuart, scrittore e storico inglese, si nutre quasi esclusivamente di cibo recuperato dai supermercati e dai cassonetti della spazzatura. Non è una cattiva idea, dopotutto, specialmente se si è consapevoli del fatto che tra il 30 e il 40% del cibo prodotto viene scartato e distrutto ancora commestibile: supermercati e commercio all’ingrosso stabiliscono infatti date di scadenza anticipate per tutelarsi da eventuali errori.

Pensando agli 852 milioni di persone che soffrono la fame o ai bambini che muoiono di stenti ogni 5 secondi, tutto ciò appare assurdo. Eppure nelle mense si spreca un quinto del cibo e circa il 35% dei pasti serviti a scuola finisce nella spazzatura.

Ma allora dove sbagliamo? Dambisa Moyo, giovane economista di origine africana, analizza il problema partendo da una semplice constatazione: la grande somma di denaro stanziata dai Paesi sviluppati in favore dello sviluppo dei Paesi emergenti negli ultimi 30 anni non ha cancellato la povertà, ma foraggiato élite politiche corrotte, creando una mentalità di dipendenza (intervista rilasciata a «La Stampa» del 17 novembre). Quindi meglio puntare su investimenti diretti e sul commercio.

Secondo Muhammad Yunus, premio Nobel per la Pace 2006, se la povertà esiste, è colpa delle lacune concettuali che la società attuale porta dietro di sé, limitando il “tesoro di creatività” che rende gli umani capaci di contribuire a migliorare le condizioni del mondo. Nel suo libro Un mondo senza povertà spiega: «Nessuno nasce per soffrire le miserie della fame e della povertà e in ogni povero è nascosto un potenziale di successo pari a quello di ogni altro essere umano».

Queste tematiche sono state oggetto di discussione durante i tre giorni del vertice Fao sulla sicurezza alimentare, tra il 16 e il 18 novembre scorsi. In tale occasione, disertata dai leader G8 ad eccezione dell’Italia, il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon ha espresso soddisfazione per i risultati raggiunti, sostenendo però che la crisi mondiale non deve diventare un alibi per allentare la lotta contro la fame nel mondo. Ha inoltre aggiunto, dimostrando di avere particolarmente a cuore la questione: «Quando ero ragazzo ho sofferto la fame, come tutti i coreani dopo le devastazioni di guerra. So come si soffre».

Dunque di cosa ha bisogno il mondo? «Oggi serve un coordinamento mondiale che favorisca il contenimento della spesa e della crescita delle economie più avanzate, insieme a un’accelerazione dei Paesi emergenti», dice Franco Bruni, dell’università Bocconi di Milano. «La fame è un aspetto tremendo del disordine di un mondo che non sa governarsi e cresce in modo diseguale e instabile». A nulla servirà quindi la politica di aggressiva acquisizione dei terreni attuata da Cina, Arabia Saudita e Corea del Sud attraverso il Land Grabbing, ossia l’accaparramento di terreni agricoli nei Paesi del Sud del mondo da parte di multinazionali straniere: il tentativo di garantirsi la sicurezza alimentare non farà altro che peggiorare la situazione, favorendo un uso speculativo di 20 milioni di ettari di terreno.

E se per caso fossimo portati a pensare che il problema dell’alimentazione non ci riguardi così da vicino, saremmo in errore: «Il cibo si vendica del nostro egoismo», scrive Vittorio Zucconi in Gli obesi e gli affamati. «Noi delle nazioni ricche non moriamo più di fame, ma continuiamo a morire a causa del mangiare».

Tristram Stuarts, nel suo piccolo, la soluzione per combattere gli sprechi che invadono l’economia globale l’ha trovato.

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