04
feb.10
Lo spirito guerriero e il reo tempo

Secondo il principio neoclassico, l’arte e la letteratura devono mirare al bello ideale attraverso una nobile semplicità così da trasfigurare la realtà materiale in forme perfette. Perciò la bellezza viene espressa dall’arte classica, come si può vedere per es. dalla scultura di Canova Paolina Bonaparte come Venere vincitrice: l’opera idealizza il personaggio vivente di Paolina secondo il modello di Venere, antica divinità pagana. Il corpo scolpito racchiude compostezza e rifiuto di eccessi perché, secondo il gusto neoclassico, le passioni e i sentimenti più caldi dovevano essere subordinati all’armonia delle forme.

Tali principi sono riscontrabili anche nel neoclassicismo foscoliano: qui l’antico è armonia, serenità, bellezza, contrapposta all’oscurità e al trauma del presente. L’antico è un mondo vagheggiato nostalgicamente in cui si cerca rifugio, un’alternativa alle delusioni politiche, ma è da considerarsi depositario di valori, non puro concetto formale. In una realtà di delusioni, il poeta si afferra alle illusioni che consentono di vivere e di operare: «Illusioni, ma intanto, senza di esse, io non sentirei la vita che nel dolore» (da Le ultime lettere di Jacopo Ortis). Illusioni sono l’amore, la bellezza e l’arte. La bellezza, secondo la visione settecentesca, è fugace, a questa segue comunque la morte, ma può essere resa perenne attraverso la divinizzazione: nell’ode All’amica risanata, il personaggio di Antonietta Fagnani Arese, donna amata da Foscolo, viene divinizzato, così la sua bellezza vince la morte, supera la fugacità del tempo, divenendo eterna.

Questa visione neoclassica non esclude accenti preromantici, dal momento che sono presenti anche i sentimenti di Foscolo e la forte sensualità di lei: nei vv. 37-42 dell’ode, il poeta sottolinea le bellezze del corpo della donna: «quando balli, vezzi sfuggono dai manti», mentre la donna balla si intravedono parti del corpo e il suo «sommosso petto», il seno palpitante.

L’elogio della bellezza, illusione in cui crede Foscolo insieme all’arte, all’amore ecc., non è altro che una critica implicita al presente: Foscolo prova infatti un senso di insoddisfazione per la cultura settecentesca. L’esaltazione delle illusioni diventa quindi, per Foscolo, un percorso per aggirare l’ostacolo della delusione storica e del suo sbocco nichilistico. Nelle due terzine del sonetto Alla sera Foscolo sottolinea questo: «Vagare mi fai … nulla eterno … reo tempo»: ovvero, essendo quasi sera, i suoi pensieri si rivolgono alla morte, intesa, nella sofferenza, come annullamento della vita. Con l’espressione «nulla eterno», il poeta sottolinea la visione nichilistica secondo cui non vi è nulla dopo la morte: il sentimento non è religioso, dopo la morte non c’è speranza di altra vita. E intanto, dice Foscolo, il «reo tempo fugge»: la visione del nulla eterno porta a disprezzare le preoccupazioni proprie del convulso presente, finendo per guardare alla morte come efficace liberazione. E intanto, continua Foscolo, «dorme quello spirto guerrier ch’entro rugge»: l’animo inquieto trova tranquillità nella contemplazione della pace della sera.

Ne I Sepolcri garanzia di “vita” dopo la morte è la sepoltura lacrimata; infatti che se l’estinto non riceve le preghiere, le lacrime dei vivi, su di lui non spunta fiore (vv. 88-90). La natura è impietosa, distrugge meccanicamente, sono gli uomini a dover garantire pietas ai defunti. Al contrario, nella civiltà classica, si aveva una visione serena della morte, testimoniata dalla cura e dalla bellezza che circondava le sepolture. Tale visione, per Foscolo, è prova di una considerazione allo stesso modo serena della vita. In un mondo in cui, invece, vige la delusione e il trauma, non si può che aggrapparsi alle illusioni, così chiamate non in quanto inconsistenti, ma nella visione razionale illuminista.

Con il vagheggiamento Foscolo approda a qualcosa di stabile; tutto ciò non rimane, però, pura contemplazione, non è solo un sogno consolatorio: Foscolo crede nella funzione civilizzatrice delle illusioni e in particolare della poesia. Attraverso un rapporto costante tra tendenze romantiche e quelle neoclassiche, il poeta crede di poter rendere il mondo «più umano». D’altronde le due tendenze non si contraddicono, scaturiscono infatti da una stessa ragione di fondo: la negatività del «reo tempo». Le tendenze romantiche sono espressione diretta del trauma storico; quelle neoclassiche rappresentano il tentativo di opporre alla difficile realtà un mondo alternativo, proprio di equilibrio, armonia e bellezza (visione neoclassica ben diversa da quella propria del neoclassicismo scenografico-celebrativo).

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