Bellezza femminile. Un concetto al giorno d’oggi sottovalutato e spesso strumentalizzato, fino a diventare pretesto per giustificare operazioni di chirurgia plastica o servizi fotografici ai limiti del volgare. Eppure scorrendo le immagini delle opere realizzate dal pittore fiammingo del Seicento Pieter Paul Rubens, che rappresenta l’ideale di perfezione e bellezza in voga nel corso del suo secolo, tutto questo non c’è. Il talento è indiscusso, le composizioni sono equilibrate e curate nei minimi particolari: che per noi si tratti di bellezza, tuttavia, non è affatto scontato.
L’abitudine a considerare belli soltanto corpi perfetti ritoccati con l’uso del computer è ormai intrinseca nella nostra cultura, che lo si voglia o no. Merito della televisione, delle copertine delle riviste o dei nostri stessi preconcetti, la società contemporanea è sempre più portata a uniformarsi a un canone. Non mi riferisco a quello formulato da Policleto di Argo in Grecia nel V sec a. C.: in esso erano descritte semplici misure medie che un corpo, beninteso maschile, avrebbe dovuto possedere per essere considerato perfetto. Oggi l’aggettivo «bello» riferito al corpo femminile ne indica uno magro, slanciato, privo di fianchi e possibilmente con una buona taglia di seno.
L’unica caratteristica che accomuna le due rappresentazioni messe a confronto, la Venere di Rubens del ’600 e la modella contemporanea, è lo sguardo. Ha qualcosa di profondo. Entrambe mostrano il proprio corpo con disinvoltura, sfoggiando un volto fiero, nonostante sia evidente la differenza di prestanza fisica tra le due.
Forse Rubens, in fondo, voleva soltanto mostrarci come le donne possano essere belle anche in compagnia della loro cellulite e come restino, in ogni caso, ammirevoli e degne di rispetto. Se tutti comprendessero a fondo il messaggio di questo maestro crescerebbero certamente autostima e rispetto dalle e verso le donne: ma questa modella, dopotutto, rappresenta la società in cui realmente viviamo e non possiamo fingerci stupiti di tale scoperta.
